L’adozione

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A voi un articolo della collega Patrizia Provasi che offre spunti di riflessione su questo importante tema.

“Adozione: parola controversa che reca con sé sentimenti contrastanti. Contiene in sé gioia, dolore, aspettative, timori, vissuti sia dagli adottanti sia dagli adottati.
L’adozione è un processo, che dura a lungo. La parte burocratica è quasi la fine del percorso. Prima di tutto è necessario un percorso profondo degli aspiranti genitori nella propria vita, nella propria psicologia, per poter poi essere pronti ad affrontare il percorso lungo e complicato, ma anche affascinante che li attende.
Il viaggio adottivo, inteso dal primo giorno in cui balena l’idea di adottare un figlio al momento stesso in cui il figlio arriva in casa, può essere un’esperienza di vita meravigliosa o un periodo tragico: molto dipende da come viene affrontato.
Uno degli elementi che occorre che i coniugi affrontino è la loro storia prima dell’adozione che, nel caso di coppie sterili, è una storia costellata di grandi sofferenze. Spesso, infatti, nelle famiglie adottive non si parla con i figli di cosa ha motivato l’adozione, del perché si è operata questa scelta. I genitori, in genere, poi, sottolineano che il passato del figlio è molto più doloroso del loro e quindi evitano di parlarne. Ma questo loro “segreto” può avere delle gravi ripercussioni sul rapporto genitori-figli. E’ indispensabile, infatti, che i coniugi riescano innanzitutto ad elaborare i propri vissuti di lutto e di frustrazione biologica, rielaborando preventivamente la propria vita, nei termini di essere-nel-mondo, per poter essere in grado di accogliere e supportare in maniera adeguatamente “sana” il figlio adottivo.
Avere un figlio adottivo è aprire nella propria famiglia uno spazio non solo fisico, ma soprattutto mentale per l’accoglienza di un bambino, generato da altri, con una sua storia, e che ha bisogno di continuarla con dei nuovi genitori, con cui formerà una vera famiglia, come una sua seconda possibilità di vita. Solo così, partendo dal desiderio di avere un figlio, e costruendovi sopra un percorso personale e di coppia che sia di vera accoglienza, si può iniziare correttamente la strada dell’adozione.
Trovare una famiglia non è difficile per un bambino che ne è privo. Ma, se da un punto di vista giuridico è abbastanza facile diventare genitori, non lo è altrettanto a livello psicologico; c’è da considerare una doppia implicazione: da una parte chi chiede di adottare desidera di certo il bambino che gli verrà affidato, ma dall’altra il figlio che arriverà, di qualsiasi età e di qualsiasi provenienza, desidererà prima o poi conoscere i propri genitori “naturali”. E mentre chi adotta “trova” un figlio mai avuto, chi è adottato “cambia” genitori senza, tuttavia, averne avuto scelta.
Siamo di fronte ad un doppio processo: da un lato riconoscersi genitore di un bambino non significa solo essere pronti ad accettare l’atto giuridico e anagrafico, ma la piena e consapevole accettazione di tutti quei significati morali, affettivi, emotivi e psicologici che questo atto giuridico reca con sé; dall’altro, e spesso questo aspetto viene sottovalutato, c’è da considerare che anche il figlio adotta i propri genitori, e questo accade quando si sente accolto, amato, rispettato e valorizzato nella sua irripetibile unicità.
Vediamo quali sono le principali paure che affiorano durante l’adozione.
La prima questione da affrontare riguarda l’immagine dell’essere genitori: spesso, infatti, rimane nei coniugi la convinzione, a livello inconscio, che la genitorialità adottiva sia inferiore a quella naturale e questo porta loro a pensare che, nonostante tutto, il bambino appartenga ai genitori naturali e che le cose che verranno fatte per lui non saranno mai sufficienti a rendere i genitori adottivi “uguali” agli altri (Dell’Antonio, 1986). In questo modo si spiegherebbe la reticenza dei genitori adottivi a non rivelare l’origine del bambino non solo all’ambiente che li circonda, ma anche al bambino stesso e la loro richiesta che nessuno parli al bambino della sua nascita.
Essi, attraverso questi comportamenti, evitano di turbare il bambino, ma in questo modo percepiscono il bambino diverso da quello naturale e hanno paura che lui, intuendo tale diversità, si possa sentire a disagio. Ma essi hanno bisogno di questo bambino, perché la sua presenza li rende genitori e ciò realizza il loro desiderio di genitorialità, ma garantisce loro anche un ruolo sociale adeguato, in quanto è ancora ben radicata l’idea di famiglia composta dalla coppia genitoriale e dai figli.
Un altro problema è rappresentato dall’immagine che i genitori si costruiscono del bambino adottato: cercano di pensare a come sarà sia fisicamente sia caratterialmente. Ciò capita anche ai genitori che aspettano un figlio proprio, ma nei genitori adottivi l’immagine è meno rassicurante perché inevitabilmente si interrogano su cosa abbia ereditato dai genitori naturali, sul tipo di ambiente in cui è vissuto (se non è un neonato). Tali preoccupazioni rimangono senza risposta perché non si sa nulla del bambino che adotteranno. Quindi l’immagine che i genitori adottivi si costruiscono, spesso non corrisponde alla realtà, ma alle loro aspettative. Tale immagine diventerà determinante nel futuro rapporto genitore-figlio. Potrà avvenire, per esempio, che l’immagine del bambino vero e quella del bambino immaginato verranno confrontate e non sempre quella reale viene considerata la migliore. Ma questo è vero anche dalla parte del bambino adottato.
Partiamo dal momento dell’incontro: questo è reso difficile da un’estraneità reciproca (entrambi hanno stili di vita, abitudini, modi di vedere la realtà diversi). Essi hanno anche elaborato aspettative, timori nei confronti dell’altro: i genitori attraverso un’immagine di bambino desiderato ed idealizzato e il bambino attraverso un’immagine di adulto che è frutto della sua esperienza precedente.
Quindi è richiesto un adattamento reciproco, determinato dalla graduale conoscenza reciproca, ma anche dal tentativo di entrambi di verificare le proprie aspettative e timori. La difficoltà iniziale non sarà, allora, solo di stabilire un rapporto fra persone che non si conoscono e che sono diverse, ma anche di sostituire le immagini fantasticate con le persone reali. Ma è fondamentale che ciò avvenga da parte di entrambi.
Da parte dei genitori la discrepanza non è solo fra bambino desiderato e bambino reale ma anche fra una loro immagine di sé come genitori e il loro atteggiamento verso il figlio adottivo.
Il figlio immaginato presenta in parte delle caratteristiche che sono legate ad esigenze personali dei genitori adottanti e in parte caratteristiche che corrispondono a bisogni comuni, indotti da stereotipi culturali. E’ infatti frequente immaginare il bambino senza una sua storia; storia che incomincia nel momento in cui viene adottato, tralasciando l’esperienza precedente, che non deve fare parte della loro vita. Per questo motivo tendenzialmente vengono preferiti per l’adozione i bambini molto piccoli, che non hanno alle spalle una loro storia. Anche chi adotta bambini più grandi spesso desidera non ricordare il passato.
Ma il rischio di tale atteggiamento è rappresentato dal fatto che non fare alcun riferimento al passato del bambino significa costringerlo a perdere contatto con una parte di sé stesso. Infatti, anche se i rapporti del bambino con i genitori naturali sono stati conflittuali o negativi, rivestono comunque una grande importanza per lui e sono comunque i suoi iniziali punti di riferimento nella costruzione dell’immagine di sé e degli altri.
Per il bambino, invece, va considerato che l’adozione, se da una parte, gli dà la sensazione di essere desiderato da qualcuno, nello stesso tempo gli dà la certezza del rifiuto da parte dei genitori naturali. Il bambino si sente abbandonato, ma spesso non ne conosce il motivo e si sente in qualche modo responsabile, per questo ha paura di essere nuovamente abbandonato e, siccome non si fida ancora dei suoi nuovi genitori, li sfida per vedere se veramente loro gli vogliono bene, attraverso comportamenti aggressivi o minacce di abbandono.
Tali comportamenti aggressivi, se da una parte, possono essere un mezzo per negare realtà dolorose e minacciose, dall’altra possono, però, generare sensi di colpa e il timore di essere nuovamente abbandonato. Questo fa sì che inizialmente il bambino alterni momenti di rivalsa e momenti di richiesta di affetto che possono stupire gli adottanti. Un altro comportamento che può sconcertare i genitori è il ricordare frequentemente da parte del bambino le sue origini, per non perdere la propria identità. Egli così racconta dei suoi genitori naturali, magari idealizzandoli, per dare una definizione di sé, all’interno di un ambiente per lui assolutamente sconosciuto.
Infatti è necessario che chi adotta un bambino assuma un ruolo genitoriale nei suoi confronti, accentandolo per quello che è, con i bisogni che porta ma anche con i suoi conflitti e difficoltà.
Un altro timore dei genitori è che il figlio non si affezioni a loro, soprattutto se non è piccolissimo ed ha avuto contatti con i genitori naturali e che, una volta grande, il bambino voglia riallacciare i rapporti con loro. Il pensare alla ricerca delle origini da parte del figlio li mette su un piano di competizione con i genitori naturali e fa loro temere che alla fine siano questi i preferiti. Tali fantasie vengono vissute con un senso di fallimento personale: i genitori adottivi non riescono a considerare la “curiosità genealogica”, comune nelle persone adottate, come una tappa fisiologica e normale. Tale senso di fallimento implica un alto grado di autosvalutazione e, talvolta, può portare alla fantasia di avere sfidato il loro destino tragico di genitori sterili.
Ma la paura che il figlio non si affezioni e che non riesca a diventare “veramente” loro figlio può portare i genitori adottivi ad avere con lui un legame molto intenso e quasi esclusivo, scoraggiando talvolta un’apertura verso il mondo esterno, soprattutto con i coetanei.
Un’altra aspettativa è rivolta alla riuscita del bambino, una volta raggiunta l’età adulta: in questo senso essi temono eventuali difficoltà legate a fattori ereditari o a carenze affettive. Quindi per la scelta per l’adozione diventa fondamentale il potenziale intellettivo, considerato un importante fattore per la riuscita del bambino. Ma anche la presenza di tratti caratteriali nel bambino può pregiudicare la buona riuscita sociale dello stesso. E anche per questo motivo vengono privilegiati bambini più piccoli.
Spesso i coniugi tendono a non parlare delle loro ansie e timori sul futuro del bambino, sulla riuscita dell’adozione, sulle proprie capacità, non solo agli altri ma anche fra di loro. La tattica del non parlare con il figlio è una tecnica che usano per primi loro stessi. Ma il mancato confronto dei propri timori con quelli del partner può portare alla costituzione di immagini diverse del bambino e alla elaborazione di aspettative diverse nei suoi confronti.
Tutto quanto descritto richiede alla famiglia la capacità di mettere in discussione la propria organizzazione relazionale. In alcuni genitori c’è una difficoltà a favorire il naturale processo di autonomizzazione per le angosce connesse alla separazione e al temuto distacco affettivo definitivo. Difficoltà che portano i genitori a mostrarsi iperprotettivi, rendendo difficoltoso per i figli un processo di distacco e di individuazione.
Questo processo viene agevolato se i genitori hanno intrapreso un percorso di profonda conoscenza di sé stesse, del partner e del proprio figlio, unitamente ad una costante comunicazione supportiva e costruttiva che aiuti il proprio figlio a sentirsi accettato per ciò che è e non per ciò che si vuole che sia.”

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